INTERVISTA AL CANTAUTORE RENZO CANTARELLI
A cura di David Chiappuella
(collaboratore redazione carrarese de “Il tirreno”)

In una delle tue canzoni più belle ed intense tu scrivi “canta, finchè c’è voce c’è speranza”. Che cosa significa per te cantare e fare musica?

Cantare è per me un modo di esprimermi al meglio, in modo da comunicare dei pensieri che altrimenti sarebbero molto più difficili da trasmettere. La musica è uno strumento eccezionale per fotografare la realtà. In essa ci sono la gioia e il dolore. Non deve avere la pretesa di trasmettere messaggi o verità assolute, ma piuttosto sollevare dubbi e spingere a pensare. Se così non è si corre il rischio che le canzoni nascano già vecchie.



La tua produzione artistica è orientata principalmente verso due grandi filoni: il rock melodico e il recupero del dialetto apuano. Cosa significa per te cantare nel dialetto della tua città?

E’ un modo di recuperare la nostra memoria storica e culturale, che troppo spesso si rischia di dimenticare. Mentre invece il passato della nostra gente, la fatica del lavoro, le gioie e i dolori della vita devono assolutamente trovare un’eco storica. Ciò può avvenire attraverso i libri, che però purtroppo non tutti leggono, o tramite le canzoni che invece, avendo una presa più immediata e diretta, possono essere apprezzate da un pubblico più vasto.



Come nasce un capolavoro come Stede d’tela?

Nasce dal desiderio di recuperare e valorizzare il passato della nostra città, la sua gente, l’importanza del dialetto, le nostre radici storiche. Alla base del mio lavoro c’era l’idea di comporre e cantare canzoni nei tre tipici dialetti del nostro territorio (carrarino, avenzino e marinello) rifacendosi a fatti e personaggi, documentati, del 1600/1700. E’ stata una ricerca filologica e storica di ampio respiro, che mi ha portato a riscoprire canti gregoriani, composti da un musicista carrarese, Fra Giò Lorenzo Catttani su testi di S. Tommaso D’Aquino, che ho alternato a musiche popolari e dissacranti, quasi a sottolineare come questi due mondi, il sacro e il profano, apparentemente così distanti, siano invece intimamente vicini e spesso simili, integrandosi tra loro in un grande poema corale che, passando attraverso vari personaggi e situazioni, ha come reale protagonista la città con la sua gente.



Ascoltando il disco ciò che colpisce, nonostante si tratti di storie risalenti a secoli fa, è la grande attualità di molti personaggi e situazioni.

E’ proprio così. Non ho voluto solo mostrare alcuni aspetti della “carrarinità”, ma anche dimostrare come i personaggi della nostra tradizione siano in realtà figure universali, specchio della condizione umana. E’ per questo motivo che risultano ancora attuali e ci possiamo identificare in loro. In ogni storia della raccolta i protagonisti si trovano al centro di una situazione che implica di compiere una scelta e prendere delle decisioni che sono le stesse sulle quali anche noi oggi ci troviamo a dover riflettere ed interrogarci. Emblematico è il caso di Marco Cavaliere, personaggio raffigurato in una statua posta all’inizio di via Baluardo, nei pressi di porta Ghibellina, metafora e simbolo dell’uomo che, per la salvezza degli altri, non esita a sacrificare la propria vita. Un mito che, adattato alla storia dei luoghi e degli abitanti, troviamo anche in altre zone d’Italia. E una storia che trae origine dall’inconscio dell’uomo, dal desiderio di dare corpo a valori quali l’eroismo, il coraggio e l’altruismo, difficilmente rappresentabili ma indispensabili per l’esistenza umana. Il Cavaliere diventa così una figura ancora oggi attualissima, una sorta di Don Chisciotte che, in nome della giustizia, lotta contro i mulini a vento e, coerente con i propri principi ed incurante dei pericoli, non esita a sacrificarsi. Anche ‘L putin si presta riflessioni di carattere universale ed archetipico. Questa canzone prende titolo da un bassorilievo che si trova sulla facciata di un antico palazzo in Piazza Del duomo raffigurante il Pudore, un piccolo putto che nasconde il sesso con le mani ed indica il luogo in cui fino ai primi anni del ‘700 venivano punite le donne di malaffare giudicate, nei pubblici processi, “N p’cat”. Le adultere e le prostitute, legate ad anelli di ferro infissi nel muro e denudate fino alla cintola, venivano così frustate ed esposte al pubblico scherno di fronte a uomini e donne che commentavano, spettegolavano e spesso le deridevano con malcelato e velato piacere. Una scena che poteva svolgersi in una qualsiasi altra piazza di una qualsiasi altra città, all’insegna della stessa ipocrisia, dello stresso recitare una parte che non cambia col passare degli anni, dei secoli… E’ un brano che intende quindi esprimere una dura presa di posizione contro alcuni pregiudizi crudeli e contro un finto perbenismo fanatico e violento che, in alcune zone del mondo, continuano a esistere, pressochè invariati, ancora oggi.



La raccolta è chiusa da un brano straordinario, ‘L buscaiol, dedicato ai lavoratori che, disponendo unicamente delle braccia e della schiena, erano addetti al caricamento dei blocchi di marmo sui bastimenti . Nella canzone emerge in tutta la sua intensità la durezza di questo lavoro, che iniziava all’alba e terminava quando il bastimento era caricato.

Si, in questa canzone volevo soprattutto far capire che il lavoro è fatica e ritmo. E’ stata anche l’occasione per ricordare un mestiere che oggi non esiste più. Mi sono servito di un tipo di musica molto mediterranea. Ma nel brano, oltre che il tema della fatica, ho voluto che emergesse anche la voglia di vivere e il desiderio di andare avanti giorno dopo giorno nonostante le avversità, tipico della nostra gente. Si tratta di un aspetto che per me è molto importante perché con il mio disco volevo anche sfatare la tradizione che vuole Carrara una città triste. Si tratta di una visione troppo riduttiva della realtà storica. Insieme alla fatica e alla durezza del lavoro è giusto ricordare anche la profonda dignità umana ed il sentimento di viva speranza nel futuro che animava i nostri antenati.



La tua produzione rock-melodica, mi riferisco in particolare all’album Sensi e dissensi, è invece caratterizzata da atmosfere molto più intimiste e malinconiche, quasi crepuscolari. Penso ad esempio al brano Canta finchè c’è voce, in cui ricordi, in modo molto struggente, un amore ormai perduto.

Si, è un disco in cui ho voluto riportare alla luce molti ricordi del mio vissuto personale. Trattandosi di un album così intimamente personale è normale che vi si possano ravvisare degli aspetti malinconici. Il brano che hai ricordato poi è dedicato ad una persona molto speciale del mio passato e ascoltandolo si avverte il sentimento di nostalgia per un periodo della vita ormai trascorso.



Vogliamo parlare di come ti sei avvicinato alla musica e di quali sono i musicisti da cui ti sei sentito più influenzato?

La mia carriera artistica è incominciata ad otto anni, prendendo lezioni di musica. Non poteva che essere così dal momento che sono cresciuto in una famiglia di musicisti per tradizione. Ho poi intrapreso lo studio della chitarra ed appena quindicenne ho iniziato ha esibirmi con un gruppo nei locali della Toscana e della Liguria, proponendo, oltre a cover di canzoni famose, anche le mie prime composizioni. Per quanto riguarda le mie preferenze musicali metto al primo posto Fabrizio De Andrè, un vero caposcuola, seguito da Francesco De Gregori. Per quanto riguarda la musica straniera ho amato moltissimo Bob Dylan ma non so quanto mi abbia influenzato. Mi piace ascoltare di tutto, da Freddie Mercuri a Bruce Sprengsteen ma quando scrivo cerco di essere me stesso e spero di riuscirci.



Durante l’intervista era presente anche Agostino Scarfò, da circa due anni produttore di Cantarelli. A lui abbiamo chiesto quali sono i problemi più notevoli a cui va incontro chi si trova a dover far musica in una piccola realtà provinciale come la nostra.

Chi opera nel campo della musica a Carrara, di sicuro, lo fa solo per passione, visto che mancano gli spazi adeguati e che per registrare un disco occorre andare fino a Roma o Milano. Come se ciò non bastasse c’è da aggiungere che c’è anche una vera e propria chiusura mentale da parte dell’Amministrazione locale. Pur riconoscendoti il talento e la bravura gli Enti territoriali, non sono disposti ad appoggiarti adeguatamente. Preferiscono piuttosto puntare su grandi nomi provenienti da fuori.



Renzo, il disinteresse manifestato dal nostro Comune all’uscita di un lavoro straordinario come Stede d’tela sembra davvero assurdo ed inconcepibile, dal momento che si tratta di un’opera di grande qualità volta a riscoprire la storia e la cultura della città.

Il disco è stato apprezzato moltissimo da diversi storici ed esperti delle tradizioni locali per il serio lavoro di ricerca storica e filologica che ne è alla base. Con questo lavoro mi sono anche aggiudicato il premio “Lizza d’oro” quale ambasciatore della canzone dialettale carrarese. Anche Sensi e dissensi, stampato ed in seguito distribuito da un’etichetta indipendente, è stato notato da una Major, la Emi che, intuendone il valore artistico, lo ha ristampato e distribuito su tutto il territorio nazionale, vendendo in poco tempo migliaia di copie. Il successo ottenuto ha convinto la casa discografica a realizzare anche un videoclip, La nuvola rossa, che è stato diffuso dalle più grandi emittenti televisive. Ma l’Amministrazione cittadina, invece, come si è già detto, ha preferito quasi sempre puntare sui nomi famosi.



Vuoi parlarci dei tuoi impegni più recenti e dei tuoi progetti futuri?

Ho appena partecipato al 1° Festival della canzone italiana d’autore, tenutosi a Monaco in ottobre, dove ho presentato, in versione vocale e strumentale, un brano intitolato Amore che ha ottenuto un buon successo di critica e di pubblico. Si tratta di una canzone molto melodica in cui si parla del sentimento dell’amore in tutte le sue sfaccettature. Poi sono impegnato insieme al mio produttore Agostino Scarfò nel lancio di Valentina Nicoli, giovane cantante carrarese molto promettente e piena di talento. Caldeggio inoltre il desiderio di fare un concerto al teatro Garibaldi per proporre dal vivo le mie canzoni più belle. C’è poi un progetto molto importante ed ambizioso che io e Agostino abbiamo in mente ma di cui, per ora, preferiamo non parlare, perché dovrà essere una sorpresa. Intanto collaboro anche con gli insegnanti delle scuole cittadine per diffondere e far capire ai ragazzi l’importanza del dialetto e con loro porto avanti diversi progetti didattico-musicali per la riscoperta delle tradizioni apuane.

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